LA NAZIONALE

Il 12 novembre 1986, allo stadio “Polisportivo” di Fontanafredda, si gioca Italia - Austria Under 21. Ottomila gli spettatori. Paolo Maldini fa il suo esordio, dopo un apprendistato nelle formazioni juniores. Lo 0-0 è il frutto di una partita noiosa, povera di contenuti tecnici e di emozioni, se si esclude una traversa di Zanoncelli all'ottavo minuto di gioco. Le critiche non risparmiano Cesare Maldini, il nuovo commissario tecnico, subentrato ad Azeglio Vicini, ottimo assemblatore di un Under 21 coi fiocchi, quella di Vialli, Mancini e Giannini, un insieme di talenti che entusiasma pubblico e critica offrendo l'idea - poi illusoria - che stia emergendo una nuova generazione in grado di bissare í successi dei mundialismi '82. Ci vuole del coraggio, per assumere un incarico di responsabilità dopo un predecessore che ha fatto bene e, anche per quello, è stato chiamato alla direzione della Nazionale dopo Bearzot. Ci vuole una salda e speciale fiducia nelle proprie convinzioni per decidere di unire al tuo debutto quello del figlio. Ma Maldini grande è certo ormai da tempo che Maldini piccolo meriti quel posto e perciò sappia far fronte alle eventuali maldicenze: “Lo convocai per la prima volta a uno stage del1'Under 21. Aveva diciotto anni, mi aspettavo qualche mugugno. Glielo dissi, mentre andavamo insieme in auto: "Preparati, diranno che giochi perché sei mio figlio". "Io non ho problemi", mi rispose, sicuro”. I problemi li avevano gli altri. Perché quel ragazzo, appena maggiorenne, non solo non sbaglia un appuntamento e diventa il simbolo della rappresentativa dei giovani, ma va addirittura in gol con una frequenza che non avrà seguito nel futuro, generando qualche rimpianto in critici come Adalberto Bortolotti, una delle migliori firme del giornalismo italiano: “Paolo è forte di testa, ma sviluppava questa dote con misura nelle avanzate. Ho sempre pensato che avrebbe dovuto e potuto raccogliere un maggiore numero di gol personali”. Dodici le presenze nell'Under del padre, cinque le reti realizzate: è una media da attaccante di razza. La prima realizzazione è in quel di Lisbona, dove Paolo gioca terzino sinistro, mentre a destra c’è un certo Ciro Ferrara. II gol sblocca il risultato al quinto minuto della ripresa Il piccolo giro d'Europa da cannoniere prende le mosse da Neuchatel, 3-0 sugli svizzeri di Turkylmaz.. Suo è l'assist per la rete dell'1-0 di Notaristefano. Sua è la firma sul secondo gol. Infine, ancora suo è il passaggio che smarca Rizzitelli per il definitivo 3-0 su azione di contropiede. Per il terzo gol azzurrino, al Portogallo aveva fermato il cronometro al quinto minuto. L’ amichevole con la Finlandia apre il 1988. A decidere la sfida è un suo diagonale di sinistro intorno alla mezz’ora. Infine, a chiudere la serie, un inutile gol alla Francia in una sconfitta per 2-1 a Nancy. “Nell’under 21 l’ho avuto per poco tempo, perché Vicini lo promosse quasi subito” afferma Cesare.

Con Cesare Maldini allenatore:

La serata clou è sabato 29 Marzo 1997, lo stadio è il “Nereo Rocco” di Trieste, l’avversario è la Moldavia, la gara vale per le qualificazioni mondiali. A sbloccare il risultato ci pensa proprio Paolo al 24° del primo tempo. Il gol è un capolavoro. Un altro gol lo segna in Italia - Polonia, gara amichevole giocata a Napoli, conclusasi 3-0. Poi segna anche con il Paraguay, al Tardini di Parma: 5 minuti dopo il fischio iniziale, il capitano impallina Chilavert con un tuffo di testa. Il commento dopo Francia - Italia: “pensare che ho giocato 19 partite al Mondiale e ne ho persa solo una senza aver mai vinto la Coppa, mi sembra incredibile”. E’ una maledizione, ancora più crudele e beffarda se si osservano le cifre personali di Paolo, si stenta a credere che più che medaglie di consolazione un giocatore con uno score di questo genere non riesce a collezionare.

Dopo l’esonero di Cesare Maldini:

“preferisco giudicarlo come padre e come nonno, con un solo aggettivo: splendido” “non voglio parlare di me. Preferisco parlare del mio Paolino, finalmente. Tra due partite raggiungerà quota 100 in nazionale. E’ segno di un rendimento eccezionale. E pensare che qualcuno lo criticava. Solo gli sciocchi possono criticare un giocatore così” replica Cesare.

Con Arrigo Sacchi:

“Guardate Maldini, dopo l’esclusione di Napoli è rinato. Non giocare una partita può far capire molte cose, cose che nessuna parola può spiegare”. Agonisticamente, per ammissione dello stesso Paolo, il 1996-97 è stata la stagione peggiore. E’ in quel Milan che non riesce a rialzarsi e finisce la corsa undicesimo in classifica che va dimostrato il carattere. «Non ho mai visto Maldini giocare in questa maniera. Anzi, forse non ho mai visto un terzino giocare così». Arrigo Sacchi commenta con entusiasmo la prestazione di Paolo nell'amiche vole che il 12 gennaio vede prevalere l'Italia sul Messico per 2-0, gol di Roberto Baggio e del difensore milanista. Grande serata, la sua: il primo gol in azzurro – “Dopo quarantaquattro partite era proprio l'ora ...”, ironizza - coincide con un inedito: l'assunzione della fascia di capitano. Nell’ amichevole disputata a Palermo Italia - Malta 6-1 un Maldini straordinario fa esclamare a Sacchi: ”Maldini è uno straordinario fuori classe con una straordinaria capacità di giocare anche senza palla. Mi ricorda Facchetti.”. Un gol bellissimo: lancio di Albertini da quaranta metri, controllo in corsa e conclusione da attaccante; un pallonetto che colpisce la traversa e permette a Mancini di ribattere a rete nella porta sguarnita. Sono queste le due azioni più eclatanti che rendono Paolo il protagonista della serata siciliana. Prima di partire per gli Stati Uniti, è lo stesso commissario tecnico a radiografare l'identità della Nazionale. Il concetto è semplice: il gruppo ha dei valori importanti e se seguirà le sue indicazioni, se lavorerà bene, potrà crescere in modo considerevole. I fuoriclasse sono tre: “Baggio, Baresi e Maldini”. L’indispensabile si rivelerà nonostante sia il giocatore più condizionato degli accidenti fisici, è quello che giocherà più minuti di tutti, non salta neanche un secondo di quella collezione di 90 minuti da moltiplicare per 7 partite con l’aggiunta di 4 tempi supplementari tra Nigeria e Brasile. In quel mondiale Paolo indossava la maglia n° 5. Paolo la riassume così: “La partita che non smetterei di giocare è la finale mondiale. Perché ti dà emozioni di un'intensità unica, ma anche perché per arrivarci ci sono due anni di duro lavoro”. Los Angeles è molto meno deludente di Napoli quattro anni prima. Italia - Argentina, semifinale del Mondiale 1990, è la ferita non cicatrizzata della carriera di Maldini. Passano le stagioni, si accumulano le partite, Paolo non ha mai cambiato idea: quel torneo disputato con una curiosa maglia numero 7 sanguina ancora. “In Brasile - Italia siamo usciti dal campo e ci siamo detti che più di così non si poteva fare. Giocavamo in condizioni climatiche assurde. A Italia '90, invece, in finale con la Germania ci dovevamo essere noi, che non abbiamo incassato un gol fino all'incontro con l'Argentina e siamo riusciti a uscire fuori senza perdere mai”.

La strada verso il record

E’ il 31 marzo del 1988. Da tempo Maldini è nell'orbita dell'Italia di Azeglio Vicini, ha partecipato a qualche convocazione, è ormai in procinto di esordire. Il titolare del ruolo è Giovanni Francini, terzino sinistro del Napoli. La gara finisce 1-1, Maldini è chiamato a controllare un suo futuro compagno milanista già parecchio talentuoso, Dejan Savícevic. Gli viene da ripensarci perché il caso vuole che festeggi la gara numero 100 in azzurro in un altro pezzo di ex Jugoslavia, a Zagabria, il 28 aprile 1999, con compagni di reparto che a metterli insieme non arrivano neanche alla metà delle sue presenze. Lui è sempre lì, immutabile: il Paese che lo ospita - e lo premia, con Zvonimir Boban orgoglioso per il compagno milanista - è cambiato e si chiama ormai Croazia. Se non ci fosse stata una guerra tragica di mezzo, si potrebbe pensare che mentre la Terra gira su se stessa e muta i confini geografici, Paolo è il Sole e se ne sta lì immobile, al suo solito posto, senza conoscere tramonto. È stato un countdown da suspense, quello che ha portato il capitano azzurro a raggiungere la tripla cifra delle presenze. Lo si inizia a scandire a partire dalla trasferta di Tbilisí nel 1997. In quell'occasione, Maldini gioca la sua ottantaduesima partita, scavalcando in un colpo solo Franco Baresi e Marco Tardelli. Il treno azzurro dei desideri di Paolo ha come meta successiva Giacinto Facchetti, il decano dei terzini sinistri, fermo sul numero novantaquattro. Paolo lo raggiunge a Udine, il 10 ottobre 1998, un Italia-Svizzera. “Quando arriverò a 100, quel giorno mi guarderò indietro e farò un bilancio della mia carriera”. Quando ci arriva, in Croazia - Italia, un palo gli impedisce di celebrare la serata con un gol. Ma il presente è già passato, dietro l'angolo c'è il traguardo del Mito, Dino Zoff, l'azzurro di tutti i tempi. Per Paolo, la finale di Rotterdam è la versione aggiornata di Italia - Argentina di dieci anni prima, la stessa sensazione d'incompiutezza e di dannazione: “Ci ripenso spesso a quegli ultimi trenta secondi e ai cento modi che ci sarebbero stati per gestire diversamente la palla e diventare campioni d'Europa”. Ungheria - Italia poteva essere la beatificazione comune, Zoff e Maldini uniti insieme nella prima partita dopo il trionfo all'Europeo. La fotografia da inquadrare ci sarà, comunque, alla partita successiva. Tutti i commissari tecnici della Nazionale - Zoff, Trapattoni, Sacchi, Vicini, il padre Cesare - più il figlio di Paolo, Christian, titolare della maglia numero 113, entrano in campo a San Siro a festeggiare l’ingresso di Maldini nell’immortalità calcistica, con il pubblico unito ad applaudire in piedi il capitano e uno striscione per curva. A nord, lato Inter: “Dopo 113 partite possiamo dirti semplicemente: grazie Paolo”. A sud, lato Milan: “Paolo Maldini orgoglio azzurro”. Quel che si dice, un simbolo nazionale, che però a un certo punto ha detto basta. Stop con l'azzurro, Paolo Maldini si ritira dalla Nazionale, ringrazia tutti e dice addio. Anche se provano ancora ad allettarlo con il richiamo di un altro Europeo, lui non ci sta: “Mancherei di rispetto a chi ha faticato per qualificarsi. Non mi va di sottrarre il posto a un mio compagno, non lo merito”.

Racconto personale tratto da Controcampo:

Se parliamo di batticuore e di emozioni, il mio vero esordio in Nazionale non è legato alla mia prima partita, nel marzo dell’88 a Spalato contro la jugoslavia, ma qualche mese prima, a Napoli, in occasione della supersfida contro la Svezia che di fatto decideva le qualificazioni agli europei che si sarebbero disputati in Germania. Ero in panchina, sicuro di passare una serata tranquilla, quando, subito al 3’, Francini subisce una dolorosa botta al costato. Azeglio Vicini mi si avvicina e mi dice di iniziare gli esercizi di riscaldamento. Il cuore comincia a battere forte, non riesco a rompere il fiato, continuando a guardare un po’ il campo, un po’ l’allenatore, fino a quando il C.T. decide di togliere Arancini, inserendo però De Agostini. Io sono tornato in panchina ma, confesso, non è che fossi deluso più di tanto: mi tremavano le gambe. Quello è stato, a livello emotivo, il mio vero esordio con la maglia azzurra. Dopodiché è stato facile e naturale il mio inserimento nella Nazionale A, perché il gruppo era formato dal nucleo storico della Under 21, che aveva vinto il campionato europeo di categoria. Ricordo la grande simpatia ed esuberanza dei miei compagni di allora. Zenga, De Napoli, Vialli, Bergomi formavano un gruppo molto affiatato e divertente. Altobelli era la nostra chioccia. Ricordo che, proprio quella volta a Napoli, durante il ritiro ordinò per telefono 22 pizze da un suo amico, poi convocò la squadra e ci ritrovammo tutti insieme nella camera di “Spillo” a mangiare in allegria. Con un po’ di rimpianto ricordo quei momenti, perché allora si viveva insieme il ritiro, molto più di adesso. Non esistevano computer, telefonini, pay-tv, Playstation, e nessuno, alla fine del pasto, si ritirava nella sua stanza, ma si passava qualche ora, prima di andare a letto, giocando a biliardo, o a carte o, addirittura, parlando tra di noi. Dico addirittura perché certamente si parlava di più, c’era più dialogo tra i giocatori. Sul piano tecnico, la curiosità più divertente riguardava la composizione della nostra difesa, un misto Milan - Inter visto che in porta giocava Zenga, con Bergomi, Baresi, Ferri ed io a completare il reparto arretrato. Tanti splendidi ricordi mi legano al mio primo Mondiale, quello disputatosi proprio in Italia. L’affetto della gente era straordinario. Quando tornavamo a Marino, fuori Roma, sede del nostro ritiro, dopo le partite, e ci capitava di rientrare anche alle 2 di notte, ci aspettavano migliaia di persone. Privacy sempre zero, mai, nemmeno quando poteva usufruire di qualche ora di libertà, che speravamo di passare, in tranquillità, con parenti e fidanzate. Ci era impedito dai paparazzi che, come negli anni della dolce vita romana, ci seguivano sempre. Per ogni giocatore, un fotografo. Incredibile. Di quel Mondiale ricordo anche le decine di migliaia di bandiere che accompagnavano le nostre partite all’Olimpico. Uno spettacolo mai dimenticato, tanto è vero che, quando fummo costretti a spostarci a Napoli, lasciammo Roma con grandissimo rimpianto. Non fu traumatico per me il passaggio dai metodi di Vicini a quelli di Sacchi, che ovviamente conoscevo già benissimo. Fu ossessionato dalla critica ma, durante i Mondiali negli Usa del ’94, non potè mai seguire fino in fondo il suo programma di allenamenti, per il grande, terribile, opprimente caldo. Praticamente non riuscimmo mai a fare il doppia allenamento mattina e pomeriggio, e nemmeno gli esercizi nella gabbia: appositamente costruita alla Pilgrim’s School, non fu mai utilizzata. L’afa ci perseguitava 24 ore su 24. Ricordo che quando ci lasciavano liberi per un giro a New York, alle 23 avevamo l’appuntamento con il pullman che ci riportava al ritiro e anche a quell’ora la temperatura era intorno ai 37 gradi. Il protagonista assoluto fu Baresi, che rientrò a tempo di record e che si operò “al buio”, senza sapere se avesse potuto giocare ancora perché dipendeva dai nostri risultati. Baggio ci portò avanti e mi dispiace che Roby appaia come in effetti non è. Lui sempre serio e posato, invece nel privato è simpatico e divertente. Quando Sacchi tornò al milan, in 24 ore fummo eliminati dalla Champions e il giorno dopo, all’inizio dell’allenamento, il tecnico ci disse: ”da oggi si gioca una volta la settimana, quindi in molti avranno meno opportunità per giocare. Se la situazione non vi piace andate a lamentarvi in sede e non con me”. Al rientro negli spogliatoi, Baggio scrisse sulla lavagna: “Il pullman per la sede parte alle 14”. Indimenticabile per me il giugno del ’96 per il raid Londra - Milano. Volai in clinica per conoscere il mio primogenito Christian, nato proprio durante gli Europei inglesi. Momenti particolari durante i mondiali di Francia del ’98. Il C.T. era mio padre e la situazione era imbarazzante, soprattutto quando i miei compagni chiedevano al loro capitano, che era suo figlio, qualche permesso speciale. Ancor più difficile era guardare in faccia i giocatori esclusi, che non osavano, per una forma di rispetto nei miei confronti, lamentarsi e magari imprecare per le scelte di mio padre Cesare. Il passaggio tra i metodi di mio padre e quelli di Zoff non ci creò problemi, perché a livello caratteriale si somigliano nel tenere l’ambiente sereno e rilassato. Sacchi è diverso. Per lui l’avvicinamento all’allenamento e alla partita è più travagliato, più sofferto. L’europeo in Olanda 4 anni fa ci è sfuggito per pochissimo, ma non per colpa di Del Piero, che fu messo sul banco degli accusati. Lui disputò un buon Europeo, e non mi sono sembrate giuste le critiche rivolte ad Ale, preso come capro espiatorio. E’ stato un torneo contraddistinto, come nel ’90, nel ’94 e nel ’98, dai rigori e quella è essenzialmente sfiga. E’ già noto l’episodio del “cucchiaio” di Totti a Van Der Saar, ma le cose non andarono proprio come ho detto. Francesco non mi disse che voleva tirare a cucchiaio appena prima dell’esecuzione: me lo confidò ben prima. Già sul pullman che ci portava alo stadio mi rivelò le sue intenzioni, che mi vennero confermate da Di Biagio appena prima della battuta. Non mi sono sorpreso della decisione di Totti perché, a quei livelli, è giusto che un fuoriclasse come lui tiri come se la sente. Arriviamo infine agli ultimi mondiali, quelli in Giappone e Corea. Forse vi aspettate che il mio giudizio su quest’ultima esperienza in Nazionale sia negativo soprattutto per i risultati, ma sinceramente tutto fu brutto in quell’esperienza. A partire dall’atmosfera, asettica, fredda, triste del ritiro, per continuare all’ambiente totalmente estraneo che abbiamo trovato negli stadi. Pochi tifosi con la bandiera italiana, pubblico dallo strano modo di partecipare alla gara. Insomma, ho toccato i 2 vertici emozionali nel mio primo Mondiale, in Italia nel ’90, e nel mio ultimo, quello nippo-coreano. In mezzo, tanti anni di fortissime sensazioni, di gioie, di moltissime amarezze, comunque un’esperienza che auguro di vivere a tutti coloro che hanno la fortuna di giocare a calcio.