Quando gli è stato proposto un titolo per il libro sulla sua lunga carriera. Paolo Maldini ha fatto una smorfia. «I miei primi vent'anni no, eh? Non mi piace». Ovviamente abbiamo cambiato titolo. Maldini è uno che misura le parole e sapeva misurarle anche a 16 anni quando è arrivato in serie A senza bisogno della Giustificazione del padre: aveva un talento stratosferico e nessuno ci ha messo molto ad accorgersene. tanto meno Nils Erik Liedholm che lo lanciò quel pomeriggio del 20 gennaio ‘85. Quel talento è durato venti anni e andrà avanti ancora un po', ma Paolo non sopporta l'idea di essere trattato come un monumento. Le celebrazioni gli fanno venire la pelle d'oca, non però la pelle d'oca buona che ancora gli viene quando entra a San Siro: piuttosto una pelle d'oca fastidiosetta che sta lì a significare che vent'anni sono passati, e il bambino prodigio è diventato un vecchio (in senso calcistico. chiaro) davvero prodigioso.
Maldini, ha già pensato a cosa farà da grande, cioè fra non molto?
«Non ha un'altra domanda?».
Questa se la faranno in tanti.
«Allora: Adriano Galliani dice che posso prolungare il contratto quando voglio, io per ora aspetto. Questo scade nel 2006 ma prometto che per più di un altro anno non firmo».
Non vuole arrivare a quarant'anni.
«È un'età che mi fa impressione. Parlando di calcio, ovviamente».
Allora, ricominciamo: dopo che farà?
«Ci penso da due o tre anni e non so darmi una risposta precisa. La cosa migliore sarebbe crearsi un altro ruolo nel mondo del calcio».
Allenatore proprio no, conferma?
«Si soffre troppo. Ho sempre detto che non aurei fatto l'allenatore».
Marco Van Basten ha cambiato idea.
«Io, almeno per ora. non la cambio».
Che cosa c'è di bello nell'allenarsi nello stesso posto per vent'anni?
«C'è di bello il clima dello spogliatoio, ci sono i luoghi che diventano casa tua, c'è la possibilità di stare in mezzo a gente giovane. Si scerza, si parla, si lavora senza invidia».
Mai un'invidia, proprio mai una gelosia in vent'anni di Milan?
«Io non sono mai stato geloso di nessuno, ma neanche i miei compagni. Certo, fra attaccanti è un po' diverso: ti giudicano bene soltanto se fai gol. questo è il punto. E allora se non fai gol tu e lo fanno gli altri soffri, è inevitabile».
A lei sarebbe piaciuto fare l'attaccante?
«Sì, ma da bambino mi piaceva anche stare in porta. Comunque. meglio che sia diventato difensore: magari sarei stato un attaccante di medio valore, molto pressing e pochi gol. Il generoso Maldini».
Non risparmiarsi è il suo segreto?
«La voglia di faticare è il mio segreto. Mi piace ancora allenarmi, lavorare sul campo. La quotidianità del calcio sarà la cosa che più mi mancherà quando smetterò».
Ma il calcio non è soltanto fatica: ci sozzo i soldi, la fama.
«Nessuno comincia a giocare per diventare famoso. Il pallone è un richiamo naturale e tale resta negli anni».
Avere un padre allenatore è stato imbarazzante?
«Qualche volta lo è stato, più per me che per lui, perché nessuno metteva in dubbio che io dovessi essere convocato in Nazionale. Ma poi, sa, fra compagni si scherza parecchio sull'allenatore, a tutte le età: e quando c'ero io, le chiacchiere erano meno spontanee».
Vent'anni: li riassuma in poche emozioni.
«L’emozione forte la provai quando mi avvisarono che sarei partito per il ritiro con la prima squadra, e poi naturalmente il giorno dell'esordio in serie A, il 20 gennaio 1985 a Udine. Fra tanti successi però scelgo la Champions League di Manchester».
Una coppa vinta ai rigori invece della batosta storica al Barca?
«Aver vinto ai rigori non conta niente. Quella era la mia prima coppa da capitano e il momento in cui l'ho alzata lì, sul palco, in una situazione teatrale, suggestiva, non lo dimenticherò mai».
Un avversario.
«Diego Maradona. Il più grande e il più leale. Un modello di comportamento in campo: rispettava tutti, dal campione al giocatore più normale, prendeva un sacco di botte e non si lamentava. Gli attaccanti di oggi... mamma mia».
Cose brutte da ricordare?
«Quello che mi piace meno del calcio italiano è la mania di allungare sospetti su ogni vittoria, e non parlo soltanto di doping, e di non saper accettare le regole dello sport, secondo le quali si può vincere ma anche perdere. Il "grazie, comunque" in Italia non esiste».
A lui grazie lo diranno in tanti, quando smetterà. Ma smetterà?