Il Maestro chiede: «Da che parte vuoi jocare?». Il fanciullo risponde: «Mister,
preferirei a destra». E' i1 20 gennaio 1985, intervallo di Udinese - Milan. Il
Maestro è Nils Liedholm, il fanciullo un Paolo Maldini poco più che sedicenne.
Il fanciullo sta per esordire in serie A, entrerà al posto di Battistini. Inizia
così la straordinaria carriera di Paolo Maldini, campione senza macchia, che il
prossimo 20 gennaio "compie" 20 anni di serie A tutti ovviamente nel Milan, e
per uno strano gioco del destino domenica prossima, 16 gennaio, a San Siro il
Milan affronterà proprio l'Udinese. Una vita in rossonero, come papà Cesare:
d'altronde le lettere della parola "Milan" sono tutte nel cognome "Maldini",
come amano ricordare gli agiografi, mentre per i patiti di anagrammi Maldini è
senz'altro "di Milan". Paolo ha iniziato a giocare e gli davano del
raccomandato: ora quelle perfidie sono dimenticate («Invidia e stupidità
esistono sempre, ma non mi toccano»), cancellate da una carriera inimitabile per
professionalità, per vittorie conquistate, per statura morale in campo e fuori,
per longevità ad altissimi livelli, per serietà negli allenamenti. Paolo Maldini
è il rappresentante più attendibile e rispettato del calcio italiano e basta
andare all'estero per capirlo: quando toccala palla lui, magari per toglierla al
centravanti di casa, lo stadio trattiene il respiro, tace per un attimo poi,
irrefrenabile, sgorga l'applauso.
Paolo Maldini, iniziamo da 20 anni fa.
«Eravamo in emergenza, in panchina tanti Primavera come me, Cimmino, De Solda e
altri. In settimana non avevo avuto sentore di nulla, poi Liedholm mi disse:
"Entra e gioca"». Sapeva già che, un giorno, lei sarebbe diventato Maldini?
«Beh, diciamo che geneticamente lo sono sempre stato. Però quel giorno capii che
in serie A potevo starci: mi sembrò normale essere lì, giocare quella partita e
contro quegli avversari. Ma un esordio come il mio, oggi, non sarebbe
possibile».
Perché?
«Allora c'era più spazio per i giovani. Io sono uscito a 16
anni perché, con qualche titolare infortunato, era più facile affacciarsi alla
A. Oggi in un grande club, con una rosa di più di 25 giocatori, per un giovane è
durissima».
E partì la sua carriera.
«La stagione successiva già titolare,
centrale insieme a Franco Baresi. L'anno dopo ero terzino sinistro, mi pare.
Dopo tanto tempo i ricordi sono sfocati, come quando mi chiedono: ti ricordi il
tuo primo Milan - Juve? Non molto, confesso... ». Dopo oltre 900 gare ufficiali
è normale.
Parliamo di Liedholm.
«Mi mise addosso poca pressione e mi ha
insegnato che il calcio è soprattutto un divertimento. Mi è servito sempre».
Poi
venne Arrigo Sacchi, e iniziò davvero la grande avventura.
«Arrivarono le prime
grandi vittorie. Sacchi era un innovatore, anche negli allenamenti: con lui le
prime sedute psicocinetiche, in campo con magliette di tre-quattro colori
diversi, per sviluppare la capacità di ragionare. Mi ha insegnato che
l'allenamento è la base di tutto: la cultura del lavoro».
Poi l'era Capello.
«Lui era stato il mio primo vero allenatore, perché lo avevo avuto in Primavera,
e mi aveva fatto diventare "grande". Seppe mantenere la mentalità vincente,
anche se con una diversa gestione dello spogliatoio. Personalmente, con lui ebbi
un ulteriore salto di qualità sul piano tecnico, tattico e fisico».
Dopo
Capello, un periodo di riflusso: Tabarez, i ritorni infruttuosi di Sacchi e
Capello...
«Il nostro ambiente era troppo abituato a vincere per accettare le
sconfitte. Ma nel calcio, come nella vita, devi pensare al futuro, mai al
passato».
Un periodo comunque breve. Dopo, già con Zaccheroni e poi con
Ancelotti, Maldini e il Milan tornano a vincere.
«La società cambia strategia e,
anziché puntare sui giovani, torna a investire su campioni già affermati. Con
Zaccheroni arrivò uno scudetto insperato ma ineccepibile. Allo stesso tempo
quella squadra ottenne il massimo, non poteva aprire cicli».
Cosa possibile,
ora, con Ancelotti.
«Carlo si è ambientato subito, inoltre è bravissimo e
preparato. Poi il club ha compiuto un altro sforzo, comprando giocatori
importanti».
Eccolo, il punto: senza giocatori importanti...
«... non si va da
nessuna parte. Non c'è allenatore che tenga. Un allenatore bravissimo può
lasciare un segno importante in una squadra, ma se non ha giocatori più che
buoni non vincerà nulla»
Paolo Maldini è il Milan, ma ha anche il record di
presenze in Nazionale (126) e di fasce da capitano (74). Record imbattibili?
«Non credo, o almeno sono avvicinabili perché gente come Cannavaro, Nesta e
Buffon ha già parecchie presenze ed è ancora giovane».
Come giudicala sua
parabola in azzurro?
«Soddisfacente. Lo so, non siamo riusciti a vincere mai: ma
per 15 anni sono stato protagonista, ho giocato quattro Mondiali e tre Europei,
ho vissuto sfide memorabili. È mancata la vittoria, e il rammarico rimane: ma
quante volte la Nazionale ha vinto nel dopoguerra? Solo due: non molte, in
fondo».
Domanda secca: l'avversario più forte mai incontrato?
«Facile: Maradona».
Il compagno di squadra più bravo?
«Facile anche qui: Baresi e Van Basten, sullo
stesso piano».
I più forti in circolazione adesso?
«Ronaldinho, che ha tutto:
tecnica, velocità e fisico possente, anche se non sembra. In Italia Cassano,
senza dubbio».
La vittoria più bella?
«Il primo scudetto, la prima Coppa dei
Campioni ma soprattutto l'ultima Champions, a Manchester, io che alzo la Coppa
40 anni dopo papà Cesare a Wembley».
La sconfitta più cocente?
«Ho una fortuna:
pur avendo perso più di dieci finali tra il Milan e la Nazionale, non posso
certo onsiderarmi un perdente... In ogni caso penso alla finale di Coppa dei
Campioni contro 1'Olympique, nel 1993».
L'arbitro più bravo?
«Collina».
II più
scarso? Forse Byron Moreno?
« Forse sì. Ma non si poterono valutare le sue
capacità, quel giorno a Daejeon: era molto condizionato... ».
Difensori suoi
eredi, ne vede?
«E' un periodo in cui i difensori bravi sono merce rara, per
questo la mia carriera si allunga... No, nomi nuovi non ne vedo».
Si dice: non
nascono bravi difensori perché nessuno insegna più a giocare a uomo.
«Spiegazione poco convincente: io non ho mai giocato a uomo in vita mia, neanche
da ragazzino».
Presidenti: Berlusconi.
«Ama il Milan, per lui non è un affare di
lucro ma solo di cuore».
In Nazionale ha avuto Matarrese, Nizzola e Carraro.
«Materrese
era molto presente. E anche Nizzola».
Cosa c'è da cambiare in questo calcio?
«Non mi piace che puoi essere espulso perché tiri la maglia dell'avversario con
due dita. Poi si gioca troppo. Non perché si rischia il doping, che secondo me
nel calcio è un fenomeno marginale, ma perché ne soffre la qualità del gioco.
Siamo 1'unico sport la cui stagione dura praticamente undici mesi: in America un
campionato finisce al massimo dopo sette mesi. Bisognerebbe ridurre gli impegni,
ma sembra che questa cosa non entri in testa a chi deve decidere».
La moviola in
campo le piace?
«No, perché le polemiche aumenterebbero: lo vediamo con la
moviola in tv. La adotterei solo per la linea di porta: ma quanti casi si
verificano di quel tipo? Un paio all'anno, non di più».
Maldini, cosa vede
davanti?
«Ho un contratto fino al 2006, la prossima estate deciderò se
continuare o meno. Non dipenderà dagli stimoli, quelli ci sono sempre, ma dal
fisico. Andando avanti con gli anni il corpo scricchiola, gli allenamenti sono
più faticosi. Baggio, poverino, ha dovuto smettere per quello».