Domenica 20 gennaio 1985, a Udine, con la maglia numero 13 sulla schiena,
debuttò in campionato Paolo Maldini, figlio di Cesare, già capitano e allenatore
del Milan,16 anni e mezzo all'anagrafe (nato il 26 giugno 1968). La partita finì
1 a 1. Fu l'unica apparizione in quella stagione. Da quel giorno Paolo divenne
uno degli esponenti di maggior spicco del Milan passato da Farina al presidente
Silvio Berlusconi fino ad alzare la notte di maggio del 2003 la coppa Campioni
nello stadio di Manchester. In questo impressionante periodo, vent'anni di
calcio, Paolo Majdini è stato qualcosa di più di un grande campione e degno
erede di Franco Baresi. Ecco tutti i suoi ricordi.
II debutto
«All'inizio di
gennaio 1985 mi chiesero di trasferirmi dai campetti di Linate a Milanello. I
giornali pubblicarono la notizia del mio possibile esordio e Liedholm decise di
rinviare l'evento. Mi portò a Udine, il sabato non mi disse niente, la domenica
dopo pranzo, mi prese da parte e mi chiese: "Dove voi jocare?". Risposi a
destra: mi sentivo più sicuro da quella parte. Andò abbastanza bene. L'unico
imbarazzo provato fu a fine partita quando si avvicinò un giornalista con un
microfono per realizzare l'intervista di rito. Liedholm resta un personaggio
unico, un mostro di battute fulminanti. L'ho incontrato di recente e gli ho
detto: la trovo in grande forma. Mi ha risposto: ora curo solo la velocità».
Le
polemiche
«Poche nel Milan, in verità, molte invece nella nazionale under 21
dove fui convocato da mio padre Cesare, responsabile all'epoca. Mi davano del
raccomandato: ho sempre fatto finta di niente. C'è voluto qualche tempo ma poi
hanno smesso, magari senza provare un filo di rossore sulle gote. A mio padre
devo, tra le altre cose, il miglioramento tecnico. Ero destro naturale e usavo
pochissimo il sinistro. A fine allenamento mi spronava a mettermi al muro e
cominciavo a palleggiare col piede mancino. A furia di migliorare, sono
diventato numero 3 e non ho più cambiato casacca. Ai miei tempi era più facile
esordire e trovare spazio in una grande società: adesso o sei un fenomeno,
oppure è dura farsi spazio in serie A».
La società
«Il Milan è unico sotto molti
aspetti. Il primo è sotto gli occhi di tutti: Ancelotti e Tassotti sono gli
allenatori attuali, Franco Baresi guida la primavera con Filippo Galli al
fianco, Angelo Colombo ne è il dirigente, Evani si occupa degli allievi. Altra
caratteristica: solo al Milan può capitare che un padre, Cesare Maldini vinca la
prima coppa Campioni da capitano e che succeda lo stesso a suo figlio Paolo, 40
anni dopo, sempre in Inghilterra. Sento dire a Billy Costacurta che prima di
lasciare vuole togliersi lo sfizio di entrare in campo con suo figlio Achille
tenuto per mano. Se il mio Christian giocasse nel Milan, io mi considererei un
genitore felice. Penso che se questo accade è anche merito del presidente
Berlusconi: per lui il club è un affare di cuore».
Arrigo il rivoluzionario
«Quando arrivò Sacchi al Milan, cambiò il calcio italiano. La prima innovazione
avvenne nel metodo di allenamento, seguirono esercizi inediti, fatti apposta per
esaltare la concentrazione. Arrigo era famoso per tenerti al telefono molto
tempo, e in particolare la sera all'ora di cena. In estate, appena arrivato, mi
cercò e mi trovò in Sardegna, in albergo: io in costume me lo sorbii per più di
un'ora. Mi disse: decidi se vuoi fare il dongiovanni o il calciatore. In quei
mesi incontrai Adriana, mia moglie, e lui si rasserenò. Quando vincemmo a
Barcellona, L'Equipe scrisse: "Fino a ieri conoscevamo un tipo di calcio
italiano, ora ce n'è un altro creato da monsieur Sacchi"».
I rapporti con
Capello
«E vero, il congedo con Capello non fu dei migliori, un po' freddino, ma
da questo a cancellare tutto quello che è successo in quegli anni ce ne passa.
Per cominciare, con Capello ho giocato nella Primavera e con lui e De Solda,
Cimmino, Lorenzini, vincemmo una coppa Italia. Capello era uno molto severo,
rigido, perfezionò i meccanismi di Sacchi e provocò il salto di qualità. Ricordo
la vigilia della finale di Atene: senza Baresi e Costacurta, giocammo a Firenze
e perdemmo in amichevole 0 a 2. Lui entrò negli spogliatoi e invece di urlare
disse pacatamente: ho capito che vinceremo noi la coppa dei Campioni. Ad Atene
finì 4 a 0».
Zac il lavoratore
«Quando Zaccheroni arrivò a Milanello eravamo
reduci da due annate disastrose e molti erano a caccia di un'altra rivincita.
Nessuno ci accreditava di un qualche successo e Alberto tutte le sere saliva in
camera da me, durante l'estate, con la mazzetta dei giornali sotto braccio e mi
faceva vedere: guarda, nessuno che ci dia per favorito. In campo cominciò a
lavorare curando tutti i particolari e mise insieme una squadra che, lungi
dall'essere perfetta, seppe esaltarsi in quel finale travolgente».
Mio padre
Cesare
«Forse è una questione di educazione ma devo dire che con mio padre
allenatore ho avuto qualche problema soltanto in Nazionale. Non era inconsueta
la scena di qualche calciatore che veniva da me per reclamare qualche permesso
personale o collettivo da chiedere al Ct.. Al Milan non è successo e non ho mai
sofferto la particolare condizione. Forse perché molti conoscevano me e
soprattutto mio padre».
lo e la nazionale
«È vero ho giocato 15 anni e non ho
mai vinto niente di significativo. Eppure ho conosciuto delle stagioni
straordinarie; ho vissuto 4 mondiali e 3 europei e alla fine mi devo
accontentare d'aver soltanto sfiorato i successi memorabili. Nel '94 in America
e a Rotterdam nel 2000 andai vicinissimo ad alzare qualche trofeo».
Ancelottí e
l'ultimo Milan
«Carlo è una persona molto umile e molto paziente. Sulle prime
gli dicevano che era troppo amico dei giocatori del Milan e per questo non
otteneva risultati. Il luogo comune è stato smentito dai fatti. Mettere insieme
e far coesistere Seedorf e Pirlo, Rui Costa e Rivaldo, Serginho e Kakà è un
esercizio calcistico difficilissimo. Ha inventato uno stile di gioco senza mai
alzare la voce, alzando solo il sopracciglio. Quando si è amici, funziona
meglio: specie sul lavoro».