Ogni volta che mi chiedono un'intervista o, come questa volta, addirittura di scrivere sulla mia vita al Milan, mi sento un po' più vecchio. Del resto, tra me e mio papà Cesare abbiamo firmato più di 40 anni di storia di questa società, è normale che ogni tanto ci si trovi a raccontarla. I primi pensieri vanno con nostalgia alle giovanili, ai miei primi amici coltivati già sui campi di calcio, anche se ancora oggi sono rimasto legato a un mio compagno di scuola, Luca, che ha fatto carriera anche lui, con una ventosa in testa a Striscia a notizia. Non sono mancino e per questo papà mi spronava sempre a migliorare il sinistro, facendomi calciare ore e ore contro il muro. Così, già in quegli anni ho cominciato a capire quanto sia importante il lavoro quotidiano, l'esercizio, l'allenamento per poi essere nelle migliori condizioni in partita. In quel periodo nacque il forte legame con Billy Costacurta, con Filippo Galli e tanti altri ragazzi che hanno proseguito le loro carriere altrove. Credo che il Milan sia unico al mondo nel trascorrere mezzo secolo di vita sportiva con il padre e poi il figlio con la fascia di capitano, e che sia anche unico nel tenere vivo il legame con la società: oggi Angelo Colombo è responsabile del settore giovanile, Baresi e Galli guidano la Primavera, Evani gli Allievi, Tassotti e Ancelotti sono in panchina. E, perché no, in campo ancora i nonnetti, io e Billy. Mi dà un fastidio tremendo che, del mio rapporto con Fabio Capello, si ricordi solo l'addio un po' teso del 1998: arrivavamo da un paio di stagioni balorde, normale che ci potesse essere qualche incomprensione. Ma la Primavera del Milan che lui allenava e dove io giocavo, vinse una Coppa Italia, l'unico trofeo di questa rappresentativa in più di 30 anni, prima del doppio successo di Tassotti al Torneo di Viareggio. Come si possono ricordare 5 anni con 4 scudetti e una Coppa dei Campioni, solo per l'addio un po' freddino? Capello è un duro, è uno molto critico, per questo una volta ci sorprese non poco. Qualche giorno prima della finale di Atene del '94, in cui il Barcellona era favoritissimo, giocammo un'amichevole a Firenze contro i viola che erano in B. Perdemmo 2-0 giocando malissimo: al rientro negli spogliatoi, Capello era molto soddisfatto. Ci disse: "Ragazzi, oggi ho capito che vinceremo la Coppa dei Campioni". Per uno come lui, così severo, fu strabiliante: bluffava, probabilmente, fatto sta che ci diede una carica straordinaria, ci restituì fiducia e sicurezza e, nonostante mancassero Baresi e Costacurta squalificati, travolgemmo il Barcellona 4-0. In serie A mi fece esordire Nils Liedholm. Che personaggio straordinario, che maestro! Avrei dovuto giocare a San Siro la settimana precedente, ma secondo lui i giornali avevano dato troppa enfasi al debutto del figlio di Cesare Maldini e, preoccupato perché avrei potuto spaventarmi, preferì rinviare. Dunque, quel 20 gennaio 1985 negli spogliatoi dello stadio Friuli, avendo 16 anni e mezzo, avevo la tremarella. A un quarto d'ora dall'inizio Liedholm mi viene vicino e mi chiede: "Dove vuoi jocare?". Una battuta che sdrammatizzò la mia tensione, mi diede serenità. A fine partita, vissi forse il momento più imbarazzante della mia carriera: quando si avvicinò un giornalista della radio con il microfono in mano per farmi la prima intervista... Ho incontrato il Maestro un po' di tempo fa: la trovo in grande forma, gli ho detto. Ho un segreto, mi ha risposto Liedholm: adesso curo solo la velocità. Arrigo Sacchi non lo conoscevo, ero in vacanza in Sardegna nell'estate 1987. Mi chiama mentre sono al mare, non c'erano i cellulari: rientro in hotel in costume, entro in una cabina della hall. Mi dice: Paolo, sei a un bivio, devi decidere se fare il calciatore o il plapboy. Restammo al telefono un'ora. Poco dopo conobbi Adriana che oggi è mia moglie, così Sacchi si tranquillizzò. Lui ha tracciato una nuova via: il giorno dopo Milan - Steaua nel 1989, L’Equipe scrisse: "Fino a ieri sera conoscevamo un solo calcio, da oggi esiste anche quello del Milan AC di monsieur Arrigo Sacchi". Chi dice che il merito principale di Alberto Zaccheroni è la fortuna, non sa niente e capisce ancora meno. Eravamo reduci da due annate tragiche. Lui esaltò le doti migliori di ciascuno, ridiede morale e fiducia, si ostinò su un modulo che diede frutti. E' un lavoratore instancabile, la sua prima stagione sarebbe stata eccezionale anche senza scudetto. Ma lui ci credeva: durante il suo primo ritiro estivo, tutte le sere veniva in camera mia e di qualche altro con la mazzetta dei giornali. Lo vedi?, si arrabbiava, nessuno ci inserisce tra i candidati allo scudetto. Ma noi lo possiamo vincere. Ho un ricordo piacevole anche di Tabarez e Terim, persone oneste, anche se il primo trovò una squadra un po' scarica e il secondo non ebbe l'ostinazione e la sicurezza per continuare sulla strada che voleva tracciare. E naturalmente mi porto nel cuore il periodo con mio papà, in cui facemmo un buon finale di stagione e vincemmo il derby 6-0. Se non altro, al Milan non accadde quello che succedeva in Nazionale quando Cesare era C.T: ogni tanto qualcuno mi chiedeva di intercedere per chiedere permessi o altre cose e mi sentivo un po' in imbarazzo. Ancelotti ha fatto la rivoluzione più radicale e silenziosa che mi ricordi: in pochi anni ha fatto convivere Rivaldo, Rui Costa, Pirlo, Kakà, Seedorf e tanti attaccanti fortissimi. Mi fanno ridere quando dicono che è troppo amico: se si è tra persone intelligenti, con un amico si discute, ci si confronta, ci si confida. E ci si diverte anche. Tra gli avversari, oltre a Maradona e Zola, ho sempre ammirato Tommasi, come giocatore e come uomo. I ricordi più dolci sono legati al pomeriggio di Como il 15 maggio 1988 e la sera a San Siro, dopo aver vinto il primo scudetto, con lo stadio che si riempì spontaneamente di tifosi per accoglierci. E le 80.000 bandiere a Barcellona nell’89, ogni volta che rivedo quelle immagini mi torna la pelle d’oca. Ma il cuore non mi è mai battuto come a Manchester nel 2003: alzavo io, capitano del Milan, la Coppa dei Campioni, 40 anni dopo mio papà. Mamma mia. La partita più strana fu certamente quella di Pescara, all'inizio del campionato 1993-94: 1-0 per loro, pareggio io, Lentini 1-2, poi 2 autoreti di Baresi e gol di Massaro, dopo nemmeno mezz'ora 4-2 per loro. Poi doppietta di Van Basten e alla fine vinciamo 5-4. Le sconfitte che vorrei cancellare invece sono quelle con la Cremonese all'epoca di Sacchi, due volte 1-0 per loro. Dal1e grandi squadre, si può anche perdere (quell'1-0 contro la Juve mi pesa), dalle piccole certamente infastidisce di più. Anche se quella che brucia di più fu quella contro il Velez nell'Intercontinentale: una finale si può anche perdere,ma non giocando così male... Il mio futuro lo vedo ancora rossonero, ma per una carriera dirigenziale, non da allenatore. E se proprio devo coniare un motto, penso a mio figlio Christian e dico: dopo 40 anni, un altro Maldini nel Milan.